di Roberto Malini *
Sandro Mazzola è morto oggi, 19 settembre 2026, a 83 anni. Con lui se ne va uno degli ultimi grandi interpreti di un calcio nel quale il gesto tecnico poteva ancora assumere, agli occhi di un bambino e a quelli di un tifoso, qualcosa di magico. Diciassette anni con l’Inter, quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali; 70 presenze e 22 reti in Nazionale. Numeri enormi, ma insufficienti a spiegare quello che Mazzola è stato per diverse generazioni di interisti. Per me Mazzola è soprattutto l’aspetto romantico dell’infanzia. Sono diventato interista ancora bambino, alla fine degli anni Sessanta, ascoltando mio padre raccontare le imprese di Sandrino, “il Baffo”. Papà lavorava sempre, e forse proprio per questo ricordo con tanta precisione quei momenti nei quali una partita alla radio o alla televisione ci concedeva un linguaggio che apparteneva solo a noi e ci rendeva profondamente uniti nell’amore verso una squadra di calcio e il suo campione più rappresentativo. Bastava un dribbling di Mazzola, un’accelerazione improvvisa, un gol, e per qualche minuto non occorreva spiegarsi niente, perché ci capivamo. Io più uomo, lui più bambino. Da ragazzo riuscii persino ad avere il suo autografo, grazie a un incontro casuale in centro Milano. Lo custodivo con quell’orgoglio assoluto che appartiene all’adolescenza, quando una firma può sembrare la prova materiale che un personaggio quasi mitologico esiste davvero.
Mazzola aveva alle spalle un cognome che avrebbe schiacciato molti. Aveva appena sei anni quando suo padre Valentino morì a Superga. Entrò giovanissimo nel mondo dell’Inter, crebbe anche sotto gli occhi di Peppino Meazza e divenne uno dei simboli della squadra di Helenio Herrera. Nel 1964, a ventun anni, segnò due volte al Real Madrid nella finale di Vienna che consegnò all’Inter la sua prima Coppa dei Campioni. Ma a noi ragazzi interessavano relativamente le genealogie calcistiche. Guardavamo le evoluzioni e le traiettorie di quel minuscolo pianeta che si chiama “pallone”. E quando Mazzola partiva, qualcosa cambiava. Aveva quella qualità che non si insegna facilmente: introduceva ulteriori forme di imprevisto nello sport meno razionale del mondo. La squadra poteva avere schemi, disciplina, metodo; poi Sandro prendeva il pallone e la geometria diventava fantasia. Il suo dribbling secco e la velocità di pensiero erano caratteristiche riconosciute anche da chi ne ha ricostruito oggi la carriera.
Negli anni Settanta arrivò Roberto Boninsegna e nella nostra immaginazione di ragazzi la coppia poteva essere riassunta in uno slogan che si ripeteva, in coro, negli stadi: “Sandro illumina, Bobo fulmina”. Uno inventava lo spazio, l’altro lo trasformava in gol. Il calcio diventa memoria proprio attraverso certe formule, certi soprannomi, certe aspettative, certe parole magiche e assonanze. E l’interista, forse, imparò allora soprattutto ad attendere. Attendere che, nella partita più difficile, qualcuno accendesse improvvisamente la luce. Che la logica andasse per qualche secondo a farsi benedire. Che accadesse qualcosa che nessuna lavagna poteva prevedere. Nel 1965 l’Inter perse 3-1 ad Anfield contro il Liverpool e sembrava quasi eliminata dalla Coppa dei Campioni. A San Siro vinse 3-0 e completò una delle rimonte fondative della propria leggenda. Mazzola aveva segnato anche nella terribile partita d’andata. Quella che molti anni più tardi avremmo chiamato “Pazza Inter” aveva già lì una parte della propria anima, quella convinzione irrazionale che finché esiste un lampo di talento nulla sia davvero finito. Forse è questo che Mazzola ci ha lasciato, più di ogni coppa o scudetto.
Da bambini pensiamo che il calcio ci stia insegnando il calcio. Solo molti anni dopo comprendiamo che, qualche volta, ci stava insegnando altro. Si può vincere con l’ordine, con il metodo, con la ragione. Ma qualche volta si vince perché qualcuno vede una strada che un istante prima non esisteva. Mio padre ed io, davanti alle imprese di Sandrino, quella cosa la capivamo senza bisogno di definirla a parole. Oggi penso soprattutto a questo. Non alle statistiche, non alle classifiche, nemmeno alle coppe. Penso a un bambino, a suo padre e a un uomo con i baffi che prende il pallone. E improvvisamente si accende la luce.
* Riceviamo e pubblichiamo
scrittore, storico, ricercatore e difensore dei diritti umani
Premio Rotondi 2018 quale “Salvatore dell’arte della Shoah”
Premio Goffredo Parise per il Reportage – Ossigeno per l’informazione
Consulente etico editoriale e curatore di collezioni d’arte, fra cui quelle del Museo Nazionale della Shoah di Roma e della Cittadella di Barletta
EveryOne Group
Movimento civile per la difesa dei diritti umani, dell’ambiente e dei beni culturali
ILMC – Istituto di Letteratura Musicale Concentrazionaria