Cultura e Società

“Il Campo dei Santi” e la “Scoperta” del Manifesto

Finalmente. Dopo anni di onorato servizio nell’ambito dell’intellighenzia radical chic, il quotidiano il Manifesto ha fatto una scoperta sensazionale: esiste un’alternativa editoriale. E non una qualunque, ma un’alternativa che si nutre di idee “pericolose”, “scomode” e, a quanto pare, anche “razziste”.

La “notizia” del giorno? Il romanzo del 1973 Il campo dei santi di Jean Raspail, un testo che secondo il Manifesto è stato per decenni il vangelo dei “cenacoli neofascisti”, è ora disponibile in edicola con La Verità e Panorama.

La “stroncatura” tentata dal giornalista del Manifesto, Valerio Renzi, è, per usare un eufemismo, piuttosto maldestra. Nel suo tentativo di mettere in guardia i lettori da un’opera così nefasta, finisce per farle la migliore pubblicità possibile. Il suo articolo non fa che confermare, punto per punto, ciò che chiunque abbia letto o anche solo sentito parlare del libro già sa: Il campo dei santi è un romanzo che parla dell’invasione dell’Europa da parte di masse “allogene” e dell’incapacità degli europei di difendere le proprie tradizioni e culture.

La “Preveggenza” di Raspail

Il Manifesto, nel suo pezzo, si concentra sull’aspetto “razzista” del romanzo, sottolineando la “deumanizzazione” degli “invasori”. Ma sembra mancare il punto centrale, quello che rende l’opera di Raspail così attuale e, per molti, così profetica. Il problema, per l’autore, non è tanto l’immigrazione in sé, ma la crisi morale e politica dell’Occidente. Un Occidente che, secondo il libro, ha perso la volontà di difendersi, di credere nel proprio valore, nelle proprie tradizioni e nella propria identità. Un Occidente che, per un malinteso senso di “umanità e di pace perpetua”, finisce per arrendersi prima ancora di combattere.

Il Manifesto si sbraccia per dimostrare che il romanzo è un “appello ai popoli bianchi a intraprendere una lotta per la sopravvivenza”. E in un certo senso ha ragione, ma ciò che non ammette è che l’opera non si limita a questo. Il nucleo del romanzo è la critica radicale a un’Europa debole, che ha perso il suo spirito vitale. Nonostante l’etichetta di “razzista” o “suprematista” che il Manifesto cerca di appiccicare al libro, è innegabile che la lettura di Raspail possa provocare un sano dibattito su temi che l’intellighenzia radical chic tende a ignorare o a minimizzare.

Un’Operazione Editoriale “Audace”

L’operazione editoriale de La Verità e Panorama, presentata dal Manifesto come una “radicalizzazione” dell’elettorato, può essere letta anche come una scelta coraggiosa e, a suo modo, onesta. In un panorama editoriale spesso dominato dal politicamente corretto, offrire un romanzo che spinge a interrogarsi su questioni complesse e divisive è un modo per mostrare che esiste un’alternativa. Che c’è un pubblico che non vuole essere “rassicurato”, ma vuole pensare con la propria testa.

Mentre il Manifesto si indigna e lancia anatemi, c’è chi, ironicamente, potrebbe ringraziarlo. L’articolo di Valerio Renzi, con la sua enfasi sul “cult dell’estrema destra razzista”, non fa altro che stuzzicare la curiosità dei lettori. Chissà, forse dopo averlo letto, molti si chiederanno se la profezia di Raspail non sia già, in parte, una realtà. E questo, per chi cerca un dibattito onesto e senza tabù, non può che essere un bene.

È un caso isolato o la “scoperta” del Manifesto segna l’inizio di una nuova era editoriale, in cui si può finalmente discutere di tutto?