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Verso un asse sunnita di sicurezza: la bozza di un nuovo equilibrio nel “quadrante arabo”

Dietro la fotografia ufficiale di Riyad si intravede qualcosa che va oltre la semplice cooperazione tecnica tra ministeri degli Esteri. La riunione tra Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan segna infatti l’emersione di un possibile asse sunnita di gestione della sicurezza regionale, pensato non solo come piattaforma militare, ma come embrione di una nuova architettura politica per il Medio Oriente allargato.

L’idea alla base è tanto semplice quanto ambiziosa: ridurre la dipendenza strategica da potenze esterne — Stati Uniti, Russia e in parte anche Cina — e costruire un meccanismo autonomo capace di intervenire nelle crisi che attraversano il Levante, il Golfo e il Mar Rosso. In questo schema, ciascun attore porta un pezzo essenziale del mosaico.

La Turchia offre la sua industria della difesa in rapida espansione, già testata nei teatri siriano e caucasico, oltre a capacità di proiezione militare flessibile. L’Egitto mette sul tavolo il suo peso demografico e la centralità geografica tra Mediterraneo e Africa, insieme a un apparato militare ancora tra i più consistenti della regione. L’Arabia Saudita rappresenta il perno finanziario e tecnologico, con investimenti crescenti nel settore della difesa e dell’intelligenza artificiale applicata alla sicurezza. Il Pakistan, infine, introduce un elemento di deterrenza strategica non dichiarato ma percepito: la dimensione nucleare e la sua esperienza in scenari di alta intensità.

Secondo le indiscrezioni filtrate dai colloqui, il progetto non prevede ancora una vera e propria alleanza militare formalizzata, ma piuttosto una “piattaforma di coordinamento per la stabilità regionale”, con centri di analisi congiunti, scambio di intelligence e possibilità di esercitazioni integrate. Tuttavia, il linguaggio utilizzato nei documenti preliminari — soprattutto il riferimento alla necessità di “assumere la responsabilità della sicurezza del mondo arabo-islamico” — lascia intendere un salto qualitativo che potrebbe maturare nei prossimi mesi.

Il contesto in cui nasce questa iniziativa è tutt’altro che neutro. La guerra in corso nel Golfo, le tensioni israelo-libanesi e la crescente competizione tra Iran e monarchie sunnite stanno accelerando la percezione di vulnerabilità condivisa. A ciò si aggiunge la sensazione, sempre più diffusa nelle capitali coinvolte, che le potenze esterne stiano perdendo capacità di mediazione o, al contrario, stiano intervenendo in modo selettivo e intermittente, lasciando vuoti strategici che altri attori regionali intendono colmare.

Non mancano però le fragilità interne al progetto. Le differenze ideologiche tra Ankara e Riyad, la prudenza del Cairo nel non compromettere i rapporti con Washington e la posizione delicata del Pakistan sul fronte indo-pakistano rendono il quadro estremamente instabile. Anche la postura verso Israele e Iran resta volutamente ambigua: nel comunicato finale si parla di “minacce regionali” senza mai costruire una linea comune chiara, segno di un equilibrio ancora in costruzione.

Gli osservatori più cauti sottolineano che, allo stato attuale, si tratta più di un processo politico in formazione che di un’alleanza compiuta. Tuttavia, il solo fatto che quattro attori così diversi abbiano iniziato a ragionare in termini di sicurezza condivisa rappresenta un cambio di paradigma significativo. Per la prima volta dopo anni, il baricentro del Medio Oriente non appare esclusivamente determinato da potenze esterne o da fratture confessionali interne, ma da una possibile convergenza tra Stati sunniti su basi pragmatiche.

Se questo asse dovesse consolidarsi, potrebbe ridisegnare profondamente gli equilibri del “quadrante arabo”, aprendo una fase in cui la gestione delle crisi regionali non sarà più soltanto subita, ma almeno in parte progettata dall’interno. Per ora, resta una traiettoria. Ma in geopolitica, le traiettorie — più ancora degli eventi — sono spesso il vero inizio dei cambiamenti.

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Redazione Milano: