Violenza sulle donne. Bruna Colacicco: imparare a riconoscere i segnali premonitori o quelli di una violenza psicologica

Violenza sulle donne: un orizzonte immenso e sommerso che solo in parte emerge. Gli ultimi episodi di cronaca in Lombardia, a Pompiano, Piancogno e Bresso, inducono ad una riflessione.

Lo fa Bruna Colacicco, scrittrice, testimonial del fenomeno della violenza nei confronti di moglie e compagne, troppo spesso bistrattate, condizionate dai loro partners. Colacicco, autrice del romanzo memoir “Eppure sono lieve” (Manni, 2019) conosce bene i meccanismi che spesso sottintendono a tante storie di violenza. Alla base di tutto, spesso, c’è una violenza psicologica che parte da lontano, da anni e talvolta decenni di violenze domestiche di ogni tipo: psicologica, economica, fatta di divieti e di presunte “protezioni”, travestite da affetti morbosi e che, non di rado, si traducono in una vera “riduzione in schiavitù”. Il libro narra la storia di Giovanna, migliore amica di Bruna, che trova la forza di reagire a una situazione di violenza psicologica.

È il caso dell’episodio di Pompiano (Brescia), che ha portato all’arresto del giovane di 24 anni che aveva sottoposto la compagna ad atti ignominiosi, costringendola persino a camminare nuda nei boschi e di Piancogno, in Valcamonica, dove la giovane donna di 21 anni ha trovato il coraggio di telefonare alla madre per salvarsi. Ed è il caso dell’episodio di Bresso (Milano) dove la vittima, salvata grazie alla denuncia del figlio tredicenne, aveva subito quasi venti anni di vessazioni e violenze dal compagno albanese, che non aveva denunciato per paura di ritorsioni.

“Questi episodi sono sconcertanti per il grado di violenza che le vittime erano state costrette a subire – afferma Colacicco – Il figlio tredicenne della donna di Bresso è stato veramente bravo: speriamo che la sua generazione ci consegni una società migliore”.

E sulle cause di tante storie di violenza aggiunge: “Spesso, prima di arrivare alle violenze fisiche, la donna è costretta a vivere una condizione di subordinazione, di costrizione, che la priva della sua libertà e autonomia e la avviluppa in una sorta di sottomissione o quasi di schiavitù. Tutto questo si attua attraverso una quotidiana violenza psicologica: è un fenomeno di cui si parla ancora troppo poco perché si tratta di una violenza subdola, molto più difficile da individuare. Non lascia segni sul corpo della vittima, almeno all’inizio: non ci sono ferite, né ematomi. Il manipolatore violento è, per sua natura, un manipolatore. Fa innamorare di se la sua partner, la convince di essere affidabile, crea un legame, un attaccamento che diventerà, nel tempo, un ostacolo per la consapevolezza della vittima e per la sua capacità di reagire e di porre fine ad un rapporto sbagliato. Poi comincia la fase delle critiche pesanti, che puntano a delegittimare l’operato della donna. È come una goccia che scava una pietra e che finisce per privare la vittima della capacità di comprendere, di analizzare, di assumere delle decisioni, per paura o altro. Il maltrattatore, continuando a stravolgere la realtà e a mentire, convince la donna di essere lei in torto. Talvolta il violento riesce a convincerla che è lei che si comporta male e che lui la punisce per correggerla. La donna perde la sua capacità di giudizio. La violenza psicologica produce effetti devastanti sulle vittime, produce ansia, depressione, istigazione al suicidio. Gli effetti – dicono alcuni esperti – sono spesso simili a quelle che vivono i reduci da guerre sanguinose. Le vittime, se riusciranno a reagire, lotteranno per anni per superare questa condizione. Spesso poi dalla violenza psicologica si passa a quella fisica e sfocia in episodi di cronaca, come quelli di questi giorni. Ma se si fosse in grado di riconoscere molto prima i segnali di una violenza che parte da lontano, molte storie potrebbero avere un esito diverso e molte donne potrebbero essere salvate”.