Cultura e Società

A 25 anni dall’11 settembre, il disegno di un aereo riaccende il caso saudita

A 25 anni dagli attentati dell’11 settembre 2001, un piccolo disegno a mano raffigurante un aereo è tornato al centro della battaglia giudiziaria delle famiglie delle vittime contro l’Arabia Saudita. Il foglio, sequestrato nel settembre 2001 nell’abitazione britannica di Omar al-Bayoumi, contiene il disegno di un velivolo, numeri, formule e annotazioni relative all’altezza dell’aereo e alla distanza dall’orizzonte.

Il documento non è dunque una scoperta del 2026. Era già nelle mani degli investigatori britannici pochi giorni dopo gli attentati ed è successivamente riemerso all’interno del materiale investigativo esaminato dall’FBI. Nel 2012 un pilota intervistato dagli investigatori esaminò il disegno e ritenne che la formula potesse essere utilizzata per calcolare parametri relativi alla discesa di un aereo verso un bersaglio. Successivamente anche un esperto di aviazione incaricato dagli avvocati delle famiglie ha sostenuto che i calcoli fossero compatibili con una preparazione aeronautica.

Bayoumi ha riconosciuto la propria grafia, ma ha fornito una spiegazione completamente diversa. Secondo quanto riportato negli atti, avrebbe realizzato il calcolo per memorizzare un’equazione e ha ipotizzato che potesse trattarsi di qualcosa studiato molti anni prima a scuola. Non ha saputo spiegare perché avesse applicato quei calcoli proprio all’altezza e alla distanza di un aereo.

È il contesto nel quale quel foglio assume il suo peso giudiziario. Bayoumi ebbe infatti rapporti con Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, due dei 19 dirottatori dell’11 settembre. Li aiutò a trovare un appartamento in California e fornì loro assistenza durante la permanenza negli Stati Uniti. La questione centrale della causa è stabilire se queste attività fossero semplicemente quelle di un connazionale disponibile oppure se Bayoumi agisse nell’ambito di una rete collegata alle autorità saudite.

La svolta giudiziaria è arrivata il 28 agosto 2025, quando il giudice federale di New York George B. Daniels ha respinto la richiesta dell’Arabia Saudita di archiviare la causa. Il giudice ha ritenuto che le famiglie avessero fornito elementi sufficienti per proseguire il procedimento e ha considerato anche il disegno dell’aereo tra le prove rilevanti. Nella sua valutazione, le spiegazioni fornite dalla parte saudita e dallo stesso Bayoumi non erano sufficienti a superare le inferenze derivanti dall’insieme degli elementi raccolti.

Questo, però, è un punto essenziale: il giudice non ha stabilito che l’Arabia Saudita sia responsabile dell’11 settembre. Ha stabilito che le accuse delle famiglie possono essere portate avanti e sottoposte a un esame giudiziario nel merito. Si tratta quindi di una decisione processuale di enorme importanza, ma non di una sentenza che abbia accertato la responsabilità di Riad.

Il disegno non è l’unico elemento controverso. Tra le prove sequestrate a Bayoumi figurano anche filmati realizzati a Washington nei quali vengono ripresi il Campidoglio e altri luoghi sensibili. Gli avvocati delle famiglie li considerano potenziale materiale di ricognizione. La controparte saudita sostiene invece che si trattasse di normali riprese turistiche. Nel settembre 2026 un investigatore britannico coinvolto nelle prime indagini ha dichiarato di non essere stato mostrato all’epoca né quel video né il taccuino con il disegno dell’aereo, definendo le nuove informazioni potenzialmente decisive.

La vicenda torna così sotto i riflettori proprio mentre si avvicina il 25° anniversario degli attentati. Il quadro giudiziario è oggi molto più articolato rispetto agli anni immediatamente successivi all’11 settembre e comprende documenti declassificati, testimonianze, rapporti dell’FBI, materiale sequestrato dalla polizia britannica e nuove interpretazioni di prove rimaste per anni poco considerate.

Ma la cautela resta indispensabile. Il disegno dell’aereo non dimostra da solo che Bayoumi abbia partecipato alla preparazione degli attentati e non costituisce, da solo, la prova della complicità dell’Arabia Saudita. È invece uno degli elementi che, secondo i legali delle famiglie e le valutazioni già espresse dal giudice, assume un significato particolare quando viene esaminato insieme agli altri indizi.

A 25 anni dall’11 settembre, dunque, quel piccolo foglio continua a porre una domanda pesante: Bayoumi era semplicemente un saudita che entrò casualmente nella vita di due futuri dirottatori oppure rappresentava un anello di una rete più ampia di sostegno? La risposta definitiva dovrà arrivare dal procedimento giudiziario, non dal disegno preso isolatamente.

Ed è proprio questo che rende la vicenda ancora esplosiva nel settembre 2026: non una prova definitiva della “complicità di Riad”, ma un documento controverso che, insieme ad altre evidenze, è ormai entrato nel cuore della causa contro il Regno saudita.