Iran, Trump e la crisi con Israele: la guerra può diventare il punto di rottura dell’alleanza
La guerra contro l’Iran rischia di trasformarsi in uno dei passaggi più difficili della presidenza di Donald Trump. Quello che doveva essere un confronto militare destinato a ridimensionare Teheran si sta trasformando in una questione politica, economica e strategica che coinvolge direttamente Washington, Tel Aviv e l’intero Medio Oriente.
Il dato più significativo arriva dagli Stati Uniti. Le elezioni di midterm del 3 novembre hanno consegnato ai democratici il controllo di entrambe le Camere del Congresso, segnando una pesante battuta d’arresto per i repubblicani. La guerra contro l’Iran è diventata uno dei principali fattori di malcontento elettorale, insieme al costo della vita e alle difficoltà economiche.
Non è un dettaglio. Per la prima volta, la strategia militare dell’amministrazione Trump si trova a fare i conti con una contestazione che non arriva soltanto dall’opposizione democratica, ma anche dall’interno dello stesso Partito repubblicano.
Il vicepresidente JD Vance ha indicato proprio la guerra come una delle ragioni fondamentali della sconfitta. Una presa di posizione politicamente rilevante, perché dimostra quanto il conflitto sia diventato un problema anche per gli equilibri interni al movimento trumpiano.
Hegseth nel mirino, ma la responsabilità arriva alla Casa Bianca
Il primo a finire sotto pressione è Pete Hegseth, segretario alla Guerra e principale riferimento politico dell’amministrazione per la gestione delle operazioni militari.
Il deputato repubblicano Thomas Massie ha annunciato un’iniziativa di impeachment nei suoi confronti, mentre altri esponenti del partito chiedono che lasci l’incarico. Le contestazioni riguardano soprattutto la gestione del conflitto, le valutazioni sulle capacità militari iraniane e l’assenza di una strategia d’uscita convincente.
Donald Trump, almeno pubblicamente, continua a difenderlo.
Ma la questione è più ampia della permanenza di un segretario alla guida del Pentagono. Hegseth può essere chiamato a rispondere della gestione militare, ma la decisione politica di entrare in guerra appartiene al presidente.
Per questo motivo, il tentativo di concentrare le responsabilità sul capo del Pentagono non elimina le domande sulle scelte della Casa Bianca. Al contrario, rischia di riportarle al centro del dibattito americano.
L’Iran non ha vinto, ma non è stato piegato
Sul piano militare sarebbe sbagliato sostenere che l’Iran sia uscito indenne dal confronto. Gli attacchi americani e israeliani hanno provocato danni alle sue infrastrutture e alle sue capacità militari.
Ma altrettanto sbagliato sarebbe considerare Teheran sconfitta.
La Repubblica islamica ha dimostrato di poter continuare a esercitare pressione nella regione, di poter minacciare gli interessi americani e di poter utilizzare lo Stretto di Hormuz come strumento di condizionamento internazionale.
È questo uno degli elementi più importanti della crisi.
Hormuz non è un semplice passaggio marittimo. Attraverso questo stretto transita una parte fondamentale del commercio mondiale di petrolio. Qualunque instabilità prolungata si ripercuote sui mercati energetici, sui costi dei trasporti e, inevitabilmente, sulle economie di numerosi Paesi.
L’Iran, pur indebolito militarmente, conserva quindi strumenti di pressione che rendono estremamente complicato immaginare una conclusione del conflitto alle sole condizioni americane.
Trump potrebbe prendere le distanze da Netanyahu?
È forse la domanda politicamente più importante.
Il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu è stato uno dei pilastri dell’asse strategico tra Stati Uniti e Israele. Tuttavia, avere interessi comuni non significa necessariamente avere gli stessi obiettivi in ogni fase di una guerra.
Netanyahu ha interesse a impedire che l’Iran mantenga capacità militari e nucleari considerate una minaccia esistenziale da Israele. Per questo il governo israeliano potrebbe ritenere necessario proseguire la pressione militare anche quando Washington comincia a valutare i costi di una guerra prolungata.
Trump, invece, deve fare i conti con la politica americana.
Un conflitto che aumenta il costo dell’energia, alimenta l’incertezza economica e divide il suo stesso partito rischia di diventare un problema sempre più difficile da sostenere.
L’amministrazione americana potrebbe quindi cercare una soluzione diplomatica anche se questa non coincidesse completamente con le richieste israeliane.
Non significherebbe abbandonare Israele, interrompere la cooperazione militare o rinunciare alla sua sicurezza. Significherebbe, piuttosto, stabilire che gli interessi degli Stati Uniti non possono essere automaticamente identificati con ogni scelta del governo Netanyahu.
È una distinzione fondamentale.
La diplomazia è possibile, ma le distanze restano profonde
I contatti diplomatici attraverso Qatar e Pakistan dimostrano che una via negoziale non è stata abbandonata.
Teheran chiede la fine delle ostilità, la rimozione delle sanzioni, la revoca del blocco navale americano e garanzie sul futuro delle relazioni con Washington. Gli Stati Uniti, dal canto loro, vogliono affrontare le questioni nucleari e le capacità militari iraniane.
Le posizioni restano distanti.
Inoltre, il conflitto non riguarda soltanto il territorio iraniano. Le tensioni coinvolgono il Libano, il Golfo Persico, lo Yemen e altri attori regionali. Un’intesa tra Washington e Teheran dovrebbe quindi confrontarsi anche con le conseguenze di questa estensione regionale della guerra.
La possibilità di un accordo esiste, ma non si può ancora parlare di una pace imminente.
Il nuovo Congresso può cambiare gli equilibri
La vittoria democratica alle elezioni di midterm apre un’altra fase.
Fino all’insediamento del nuovo Congresso, previsto per gennaio 2027, i repubblicani conservano il controllo delle Camere uscenti. Successivamente, Trump dovrà confrontarsi con un Parlamento nel quale l’opposizione avrà maggiori strumenti per indagare sulla gestione della guerra, controllare le spese militari e mettere sotto pressione la politica estera della Casa Bianca.
Non significa che il presidente perderà automaticamente il potere di decidere sulle operazioni militari. La Costituzione americana gli attribuisce importanti prerogative in materia di politica estera e comando delle forze armate.
Ma il Congresso può incidere sui finanziamenti, sulle autorizzazioni legislative e sul controllo politico dell’amministrazione.
La guerra potrebbe così diventare il terreno di uno scontro istituzionale molto più ampio.
Il Medio Oriente davanti a un possibile cambiamento
La questione non è soltanto se Trump deciderà di fermare i bombardamenti. La questione è quale Medio Oriente emergerà dalla conclusione del conflitto.
Se gli Stati Uniti dovessero scegliere la strada del negoziato, Netanyahu potrebbe trovarsi a dover gestire una divergenza con il principale alleato internazionale. Se invece Washington decidesse di intensificare le operazioni, dovrebbe affrontare ulteriori costi militari, economici e politici.
Nel frattempo, Teheran potrebbe rivendicare di aver resistito alla pressione delle due principali potenze militari coinvolte nel conflitto, anche senza aver ottenuto una vittoria sul campo.
È una prospettiva che non deve essere sottovalutata.
La vera contraddizione di questa guerra è che la superiorità militare non si è automaticamente trasformata in un risultato politico definitivo. Colpire infrastrutture, distruggere installazioni e indebolire le capacità militari di un avversario non significa necessariamente ottenere la sua resa o costruire un nuovo equilibrio regionale.
Trump si trova ora davanti a una scelta difficile: proseguire una guerra che ha già prodotto conseguenze politiche pesanti oppure cercare un accordo che potrebbe non soddisfare tutte le richieste israeliane.
In entrambi i casi, il rapporto con Netanyahu entrerà in una fase delicata.
La guerra contro l’Iran potrebbe dunque lasciare un’eredità che va ben oltre il confronto tra Washington e Teheran: una revisione degli equilibri tra Stati Uniti e Israele, una maggiore autonomia negoziale degli attori regionali e una nuova discussione sul ruolo americano in Medio Oriente.
La domanda che si pone oggi non è soltanto chi abbia vinto o perso militarmente. È se Trump sia ancora disposto a sostenere una guerra i cui costi politici rischiano di ricadere direttamente sulla sua presidenza.
E se, per chiudere il capitolo iraniano, la Casa Bianca sarà pronta a dire a Netanyahu che gli interessi americani vengono prima di tutto.

