Santanchè lancia l’allarme sui giovanissimi dopo le violenze a Milano: «Chi li sta guidando?»
Il punto di partenza è ciò che è accaduto durante le manifestazioni dello scorso fine settimana, quando, secondo quanto racconta la ministra nel suo intervento pubblicato sui social, alcuni partecipanti hanno sfondato vetrine, saccheggiato negozi e aggredito le forze dell’ordine. Episodi che, sottolinea Santanchè, non possono essere confusi con il legittimo diritto di manifestare.
«Manifestare è un diritto, devastare le nostre città no», afferma, sintetizzando il messaggio al centro delle sue dichiarazioni.
Ma è soprattutto un altro aspetto a colpirla: la presenza in piazza di giovanissimi, anche di 11, 12, 13 e 14 anni. Un dato che apre interrogativi profondi non soltanto sulla sicurezza pubblica, ma anche sulle responsabilità educative e sulle influenze che possono condizionare i ragazzi.
«Da chi erano mossi? Erano coordinati, motivati, indirizzati da qualcuno?», domanda Santanchè, invitando a interrogarsi su come sia possibile che adolescenti e preadolescenti arrivino a essere coinvolti in episodi di devastazione.
Per la ministra, il problema non può essere affrontato esclusivamente attraverso le sanzioni. Occorre capire che cosa renda alcuni ragazzi così vulnerabili al condizionamento del gruppo, dei messaggi ricevuti attraverso gli schermi e del richiamo di modelli che esaltano la trasgressione e l’impunità.
Famiglia e scuola, la prima risposta alla violenza
Nel ragionamento di Santanchè, la famiglia assume un ruolo centrale. I genitori, sostiene, devono accompagnare i figli attraverso l’amore, la conoscenza e l’esempio, aiutandoli a riconoscere i limiti e a sviluppare un senso di responsabilità.
La riflessione si allarga quindi al rapporto tra genitori e insegnanti. La ministra collega gli episodi di violenza nelle piazze ai casi in cui gli educatori vengono aggrediti da adulti che contestano i loro interventi disciplinari. Un fenomeno che, a suo giudizio, rischia di trasmettere ai ragazzi un messaggio pericoloso: considerare l’autorità un nemico e le regole un ostacolo da superare.
«Un genitore che picchia un maestro non difende il figlio», afferma, sostenendo che il rispetto degli insegnanti e delle regole scolastiche rappresenti una componente essenziale della crescita.
Da qui il suo sostegno al coinvolgimento delle famiglie nella responsabilità per i reati commessi dai figli, come previsto dal decreto sicurezza secondo quanto richiamato nel suo intervento.
Il decreto sicurezza basta a fermare la deriva?
Santanchè riconosce che una legge, da sola, non può risolvere un problema che riguarda anche la società, l’educazione e la capacità degli adulti di accompagnare le nuove generazioni.
La sua visione si fonda su tre pilastri: la famiglia che educa, la scuola che insegna e la comunità che non abbandona i ragazzi alle proprie fragilità.
Il rischio, secondo la ministra, è lasciare i più giovani soli davanti al telefono, alle proprie paure e a influenze capaci di spingerli verso comportamenti distruttivi.
Nel finale, Santanchè ringrazia la presidente del Consiglio Giorgia Meloni per l’intervento del governo e richiama tutti a fare la propria parte.
Il messaggio politico è chiaro: la sicurezza non riguarda soltanto la repressione dei reati, ma anche la prevenzione, l’educazione e la responsabilità degli adulti. Resta aperta la domanda che attraversa tutto il suo intervento: come si può proteggere una generazione dalla violenza senza rinunciare alle regole e al rispetto della libertà altrui?

