Gestione patrimoniale, cui prodest? Finalità, pro e contro

Chi trae vantaggio dalla Gestione patrimoniale? Domanda sibillina e solo apparentemente bizzarra, se teniamo conto che la GP (M o F, ossia Gestione patrimoniale mobiliare e Gestione patrimoniale in fondi) nasce per gestire, come lascia intendere il nome, il patrimonio di un sottoscrittore. In realtà, scavando a fondo, andiamo a scoprire che non è tutto oro quello che luccica, e che a lucrare su questo tipo di strumento, in molti casi, è soprattutto la banca che lo ha erogato. Con ciò naturalmente non si intende demonizzare alcunché, la GP può rappresentare una buona opzione per ottenere guadagni interessanti. Soltanto, occorre fare attenzione.

L’esigenza del cliente

Un elemento decisamente interessante è dato dall’alto livello di personalizzazionedella Gestione patrimoniale, almeno in linea teorica. Il portafoglio è infatti stabilito a tavolino sulla base delle esigenze del sottoscrittore, il quale fornisce le indicazioni di massima alle quali il promotore deve attenersi. In sostanza, la GP è un contratto tra un cliente e una società di gestione del risparmio, attraverso il quale la seconda gestisce un certo capitale investito dal primo. Un contratto, dunque, che vede al centro il sottoscrittore, e che è caratterizzato da un grado di trasparenza notevole. Infatti, al cliente viene fornito un report a cadenza regolare, che gli consente di tenere sotto controllo i movimenti del suo denaro; in alcuni casi, gli è anche possibile correggere il tiro, dando alla Gestione patrimoniale una flessibilità che altri strumenti non posseggono.

Il rovescio della medaglia

Come detto, tuttavia, non è tutto oro ciò che luccica. Si è sottolineato poco sopra come la forte caratteristica di personalizzazione rappresenti un fattore positivo della Gestione patrimoniale, ma solo in linea teorica. La realtà dei fatti ci dice invece che, in virtù della mole di capitali e relativi patrimoni gestiti, spesso le banche tendono a servirsi di modelli di investimento che poi rifilano agli ignari sottoscrittori. Dei veri e propri copia e incolla, per dirla in maniera brutale. Per questa ragione, è fondamentale che chi intende affidarsi ad una GP instauri un rapporto franco e consapevole con il consulente. Andare alla cieca non è una buona idea.

I costi

Il vero Tallone d’Achille è però rappresentato dai costi. Rispetto a strumenti quali gli ETF, per fare un esempio di modello agile di investimento, le Gestioni patrimoniali, sia quelle mobiliari che quelli in fondi, presentano una quantità elevata di spese, le quali vanno ad erodere pesantemente il guadagno finale. Di norma, la banca applica una tassa per il deposito di circa 30€ a trimestre. Poca roba, si dirà; purtroppo, non finisce qui. Ci sono le spese di commissione, che si aggirano attorno al 2% ma che, nel caso degli investimenti in fondi, possono essere più elevate. Poi c’è la commissione per la performance, che può arrivare anche al 20% del Benchmark, ossia dell’indice di mercato preso a riferimento. Infine, arriva lo Stato, con l’Iva (22%) e la Capital Gain (26%). Un salasso con pochi eguali.

In definitiva, che dire della Gestione patrimoniale? Per un investitore medio, essa costituisce un’avventura che merita di essere intrapresa solo se guidati da fiuto ed esperienza; in caso contrario, rischia di non valere la spesa. Va da sé che il grosso investitore può sobbarcarsi tutti i rovesci del caso, ma costui non ha certo bisogno dei nostri suggerimenti.